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Moratoria sull’aborto

gennaio 10, 2008 Autore: webmaster Categoria: Documenti, Editoriali

Provocati dall’argomento del giorno, pubblichiamo due articoli significativi sulla proposta di moratoria sull’aborto, per favorire un giudizio sull’argomento al di fuori degli schieramenti ideologici.

5 PEZZI FACILI
Scritto da GIULIANO FERRARA Il 05/01/2008

Che cosa è concretamente la moratoria

1. La moratoria parte dalla constatazione di ciò a cui si è ridotto l’aborto di massa in tutto il mondo moderno nel corso degli ultimi decenni. Un fenomeno mostruoso per quantità genocida: oltre un miliardo di aborti, una media annua di circa cinquanta milioni di aborti. Un fenomeno aberrante per qualità sessista ed eugenetica a sfondo razzista: nella sola Asia mancano all’appello duecento milioni di bambine escluse dalla vita perché considerate inutili, è in corso una progressiva eliminazione di milioni di persone caratterizzate da potenziali disabilità, per di più solo probabilisticamente accertate. Il sesso femminile è la prima vittima anche in senso statistico dell’aborto di massa. I guru scientisti come un James Watson, spregiatore delle razze deboli, o un Umberto Veronesi, sostengono questa decimazione, questa pulizia etnica sistematica, e affermano che è privilegio della scienza moderna servire la loro concezione di umanità e di salute ed escludere dal mondo l’infelicità presunta di vite sanitariamente imperfette. Ma ciascuno sa che la scelta di fare tutto questo è prescientifica, risale alla concezione pagana e precristiana dell’uomo, alla Rupe Tarpea, su su fino ai miti del neopaganesimo nazionalsocialista, con lo sperimentalismo transumano del dottor Joseph Mengele, e dell’utopismo socialdemocratico del “mondo nuovo”, quando una parte dell’occidente sviluppato pensò che gli esseri umani dovessero essere trattati geneticamente come vacche o cavalli. Il medioevo cristiano inventò la ruota dei conventi per ospitare i figli non desiderati, i tempi moderni si condannano all’uso della ghigliottina chirurgica o dell’avvelenamento in pancia attraverso la Ru486. E’ un progresso, questo? E’ una manifestazione dello spirito di accoglienza, di rispetto dell’altro, di riconoscimento del prossimo e di fiducia nel futuro? La nostra risposta è univoca: no. Al contrario, è la manifestazione di una moderna forma di riduzione della persona in schiavitù mascherata da esercizio di un diritto civile evocato in modo blasfemo e sofistico come procreazione responsabile. E la moratoria è da questo punto di vista la scelta di rendere chiaro, di formalizzare filosoficamente e giuridicamente, e anche eticamente, questa risposta: no all’aborto.
2. Come si può realizzare la moratoria? In modo molto semplice. E’ l’uovo di Colombo. L’articolo 3 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, approvata il 10 dicembre del 1948 a Parigi e base di legittimazione delle Nazioni Unite da giusto sessant’anni, recita così: “Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza della propria persona”. Occorre che i governi nazionali votino un emendamento significativo alla Dichiarazione: dopo la prima virgola, inserire “dal concepimento fino alla morte naturale”. Il nuovo testo dell’articolo 3 sarebbe dunque ipso facto un testo di moratoria delle politiche pubbliche incentivanti ogni forma di ingiustificato maltrattamento schiavistico e asservimento dell’essere umano, anche concepito, e reciterebbe così: “Ogni individuo ha diritto alla vita, dal concepimento fino alla morte naturale, alla libertà e alla sicurezza della propria persona”.
3. Come si giustifica questo mutamento della nozione filosofica e giuridica di ciò che è un individuo, realizzata mediante il riconoscimento della sua esistenza prenatale e dell’implicito diritto di nascere? Con lo stesso spirito di umanità, di libertà, di eguaglianza, di fraternità, e oggi di sorellanza, dunque con la stessa laica religiosità che spinse i padri fondatori delle democrazie liberali moderne, e le donne che le hanno legittimate e nutrite con il loro specifico pensiero e con le loro lotte di liberazione, prima a stilare e poi a far vivere i principi non negoziabili delle diverse dichiarazioni dei diritti e d’indipendenza che diedero vita alla modernità. In quell’emendamento si riconoscerebbe il nucleo fondante di un nuovo illuminismo e razionalismo di radici laiche e giudeo-cristiane fondato insieme sull’imperativo categorico della morale kantiana e sugli imperativi dell’antropologia e della pastorale giudeo-cristiana di tutti i tempi, basate sulla santificazione della vita quotidiana e sul concetto di persona.
4. A questo punto sarebbero programmaticamente eliminate le politiche pubbliche antinataliste che utilizzano la soppressione violenta degli esseri umani concepita come strumento di pianificazione familiare e di utilitarismo eugenetico transumano, al coperto di una definizione manchevole del concetto di individuo nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Ma resta il problema della carità, dell’amore, di cui la politica e la filosofia e il diritto e l’etica devono essere la dimensione più alta. Che cosa fare del rifiuto di maternità, che incombe sul soggetto femminile come un problema millenario? All’articolo 3 della Dichiarazione seguirebbe un articolo 3 bis, che potrebbe recitare così: “Il diritto alla vita del concepito deve essere sempre bilanciato con il diritto alla salute fisica e psichica della madre”. In questo spazio è possibile combattere la piaga dell’aborto clandestino, definire l’aborto rigorosamente come un’eccezione intitolata al diritto di autodifesa della gestante, privarlo dell’abusivo carattere di diritto all’autodeterminazione come potere nichilista e autolesionista di un soggetto femminile inventato dall’ideologia, inesistente nella vita umana.
5. La moratoria è dunque concreta e praticabile. La creatività di pensiero potrà contribuire a perfezionare e trasformare le soluzioni giuste. Ma il suo significato è evidente, razionale, laico, logico e insieme profondamente religioso, senza nessun vincolo di obbedienza confessionale. Le classi dirigenti italiana ed europea possono continuare a contare con compiacimento i numeri funerari della strage degli innocenti. Possono continuare a voltarsi dall’altra parte e fingere di non vedere la mutazione genetica ed eugenetica in corso dei costumi e dei decaloghi dettati da una concezione immoralista e totalitaria, antipersonalistica, del progresso tecnoscientifico. Possono disquisire faziosamente sui dettagli legislativi e accapigliarsi su vecchie bardature ideologiche. E’ una loro scelta. Ma possono anche raccogliere il libero manifestarsi di un’urgenza, che ha trovato spazio su queste colonne in un qualunque Natale di un anno qualunque, ma ha radici forti nel pensiero laico e religioso di secoli di cultura e di civilizzazione umana.

 

 

 

Da “Il Foglio” del 9 gennaio 2008.
Cesana dice che è in gioco l’uomo. Per il responsabile di CL la questione in ballo con la moratoria, non è etica ma ontologica, le sue ragioni non sono ecclesiastiche ma di sensibilità umana e la battaglia è su un principio: non possiamo manipolare noi stessi.

Giancarlo Cesana, medico e leader storico del movimento cattolico di Comunione e Liberazione, aderisce con questa intervista alla moratoria sull’aborto.
"L’ipocrisia e la bruttezza di un tempo in cui la morte viene bandita in nome del diritto universale alla vita e blandita, coccolata come un dramma soggettivo, nella spregevole forma, e molto oggettiva, dell’aborto chirurgico o farmaceutico". Così Giuliano Ferrara ha presentato la proposta della moratoria sull’aborto, per spiegare che non si tratta di una questione "religiosa", né di un "attacco alla legge 194", come prontamente hanno tentato di minimizzare molti politici italiani. Si tratta invece di rispondere a una domanda che nasce dalla realtà e l’aborto di massa praticato con indifferenza – e dalla ragione umana che accetta di interrogarsi sul valore e il senso della vita e sul "diritto di nascere". Come giudica questa impostazione?

"Io sono innanzitutto sorpreso di questa “esplosione” di Ferrara. Per quanto la questione dell’aborto sia stata covata dal dibattito sulla vita che ha interessato il nostro paese dal referendum della legge 40 in poi, mai mi sarei aspettato che ci saremmo trovati ad affrontarla con tale intensità. Non posso che ringraziare Ferrara. La prima moratoria sull’aborto è lui, che rallenta le pretese razionalistiche con cui l’uomo vuole dare una risposta definitiva a se stesso".
Ferrara ha anche ribadito: "Io voglio affermare un principio, non cambiare una legge.

Questa vuole essere una battaglia culturale", sottolineando che è di questo che il mondo laico deve farsi carico. E’ d’accordo?

"Si, perché le leggi sono figlie dei principi, anche quando non se ne accorgono. Il principio che Ferrara afferma è quello ben centrato da Pascal, secondo cui l’uomo supera infinitamente se stesso; è mistero a se stesso e non può manipolarsi come vuole. In tale concezione della ragione, Ferrara si allea esplicitamente con il Papa, dimostrando che la ragione di cui parla il Papa non è “ecclesiastica”, ma naturale, laica, di tutti. Ferrara, infatti, non parla in nome di una fede, ma della sensibilità umana per l’ostinata pretesa della vita a voler essere".
Quale eco può avere nell’odierna cultura laica, dominata com’è, anche in campo medico, da uno scientismo spesso indifferente alla persona umana? "L’eco di una provocazione che non lascia tranquilli coloro che considerano l’essere umano riducendolo alla superficie biologica. Si è cercato di far passare l’aborto, infatti, come una prestazione sanitaria, trattandosi di oltre quaranta milioni di casi nel mondo e più di centomila in Italia. Ma non è così nelI’esperienza delle madri; non è così nel giudizio degli uomini che cercano un senso non triviale alla propria esistenza. La campagna sulla moratoria riaccende questo disagio, sano, per quanto fastidioso".

Come è possibile evitare la riduzione del dibattito sull’aborto al recinto di un "problema etico che riguarda i cattolici"? "Ferrara appunto apre il recinto. Comunque, non è un problema etico, ma ontologico, cioè di concezione. Gli atti sono conseguenza delle concezioni".
Alla proposta di una moratoria mondiale sull’aborto hanno dato il loro assenso – tra gli altri – prima il cardinale Camillo Ruini, poi il cardinale Angelo Bagnasco. Anche Benedetto XVI, parlando al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, ha augurato che la moratoria recentemente approvata dall’0nu sulla pena di morte "stimoli il dibattito pubblico sul carattere sacro della vita umana". Pensa ché questi autorevoli indirizzi possano stimolare un impegno preciso nel laicato cattolico? Quali iniziative potrebbero essere messe in campo?

"Gli interventi del Papa e dei presidenti della Conferenza episcopale italiana non sono solo di adesso: sono da sempre contro l’aborto. E frequenti. In questo frangente si notano di più per quello che è il loro valore proprio, cioè universale e non di parte. Con l’iniziativa di Ferrara, mi auguro che il problema dell’aborto non sia più solo del laicato cattolico. Per quello che si può fare, si faccia quello che si può, tutto quello che si può, a livello nazionale e internazionale. Le cautele della strategia non si mangino il principio e, altresì, la certezza del principio non si trasformi nella rigidità di uno schema".

L’esito del referendum sull’aborto in Italia sembrò segnare (o segnò) un definitivo cambiamento antropologico, in cui appariva evidente la marginalizzazione della chiesa. Che giudizio si può dare, restrospettivamente, di quella "battaglia" pur generosamente condotta da molti cristiani, e anche da qualche laico? Le sembra che oggi sia cambiato qualcosa? E in quale direzione?

"L’esito del referendum sull’aborto espresse il mutamento di una società che stava perdendo Dio, non come ispirazione, ma come esperienza concreta di prossimità, come razionale ammissione di dipendenza: come esperienza cattolica. Come disse Henry De Lubac, il risultato di una tale perdita non è una società contro Dio, ma una società contro l’uomo. L’aborto di massa è la prima conseguenza di questo. Dobbiamo domandarci perché la ragione si sia così infragílita, andando così gravemente contro l’evidenza; l’iniziativa di Ferrara, al fondo, solleva proprio questa. domanda, riaffermando laicamente che siamo creature, per le quali il riconoscimento del Creatore non è quindi un optional, E questo è un altro lavoro, da cui non ci si può esimere". 

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